Caduta e fuga: 2a, 2b, 2c, 2d, 2e, 2f, 2g, 2h

Valençay e Grémonville

È probabile che il Papa, prima di risolversi ad attaccare in modo aperto i Barberini, volesse capire quale fosse l’atteggiamento della Francia e attendere perciò l’arrivo del nuovo ambasciatore francese, Nicolas Brétel de Grémonville. Consentì tuttavia a un provvedimento che era il primo realmente pericoloso nei loro confronti: al Tesoriere Lorenzo Raggi, creatura dei Barberini, fu dato per aiutante un uditore del Cardinale de’ Medici, Gio Battista Nerli, «celebre computista», incaricato per il momento della revisione dei libri dei Monti, ma destinato, come si sapeva, a passare prima o poi a quella dei conti della Camera. Il che, commentava Angelo Contarini, «se seguisse, sarebbe un altro colpo, forse maggiore di tutti gl’altri, a Barberini».[1]

«Sopra tre negotii», scriveva Contarini il 21 gennaio del 1645, «si raggiran hoggidì le consulte di Palazzo: d’intromettersi con frutto nella pace universale, di levar tante gabelle a Roma e di precipitar le fortune de’ Barberini».[2]

Angelo Contarini aveva dal suo governo l’incarico di sollecitare vigorosamente il primo di quei tre negozi. Ma i collaboratori del Papa parevano interessati quasi soltanto al terzo, a cui del resto era riconducibile anche il secondo, come si vide quando, di lì a un anno, si tentò di togliere a furor di popolo la gabella della farina a spese dei Barberini, considerati responsabili della guerra di Castro e dell’aggravamento che ne era seguito della pressione fiscale.
Intanto l’Imperatore tornava a lamentare la mancanza di denaro da cui era cronicamente afflitto e che si prospettava più grave del solito per il proseguimento della guerra in Germania e per la minaccia di una ripresa offensiva del Turco. Il Papa protestava di non poterlo soccorrere avendo le casse vuote per le spese sostenute nella guerra di Castro. I Barberini rappresentavano una ricca e, nel loro isolamento, apparentemente facile riserva da sfruttare e a Palazzo si prese a studiare il modo di costringerli a versare un contributo per le spese della guerra contro il Turco tale, diceva il Cardinale de’ Medici, da

«far loro provare con atto sì giusto la pena de suoi misfatti [...]. Com’essi sono stati cagione di tante molestie et di tanti danni seguiti, così debban soggiacere al risarcimento non meno dovuto al capital consunto del Castel Sant’Angelo, ma a riparare etiamdio a mali che sopravengono, in Germania in particolare, alla Cattolica religione». [3]

L’impresa però era più lunga e complicata del desiderato e l’Imperatore «vedendo di non poter spuntare che i Barberini rend[esser]o conto delle loro administrationi e in consequenza che gran parte dell’usurpato non [fosse] da essi fatto restituire», sollecitò il Papa a costringerli almeno a concedergli un prestito «offerendosi di dar loro pronte e facili assegnationi per rimborsarne nel spatio di breve tempo». L’Imperatore contava di ottenere 300.000 scudi, ma pare che i Barberini gliene offrissero 500.000, sicché il suo ambasciatore a Roma ebbe istruzioni «che gli commettevano non più dovesse egli insistere fossero sequestrate le rendite de beni ecclesiastici de Barberini» ­ per il momento, s’intende. «Questi», commentava il Cardinale Panfili, assai preoccupato che i Barberini potessero comprarsi l’appoggio della Casa d’Austria, «son huomeni che con l’oro pretendono di farsi stradda in ogni luogo»[4]. In effetti i Barberini avevano un gran bisogno di amicizie e non lesinavano promesse a destra e a manca.[5]
Mentre crescevano a Corte le difficoltà dei Barberini, si andavano riattivando a poco a poco fuori di Palazzo le robuste strutture clientelari costruite nel lungo pontificato di Urbano e recentemente collaudate nelle avventurose vicende della guerra di Castro. Il primo segno di reazione fu dato dal Cardinale di Valençay, che nel gennaio del 1645 lasciò Roma all’improvviso, senza spiegare ad alcuno le ragioni del viaggio e senza chiedere licenza al Papa. Fu fatta l’ipotesi che si recasse in Francia per tentare un accomodamento tra la Corte e il duca di Bouillon, di cui era amico, ma i più intuirono che si trattava invece dei Barberini.[6] Il Cardinale Bichi si affrettò a spedire un corriere in Francia «per far contrapunto», opinava l’ambasciatore di Venezia, Angelo Contarini, «all’instanze et ufficii de Barberini» e, aggiungeva, «si crede anco che, per l’efficacia et auttorità grande di questo Cardinale, Valansé non sia admesso alla Corte».[7] In effetti Mazzarino non gradì affatto l’iniziativa del Valençay e tentò di impedirgli l’ingresso in Francia. Quando poi Valençay, seguendo itinerari imprevedibili, riuscì a scansare tutti i blocchi e a raggiungere Parigi, lo fece prontamente allontanare.[8]
Si volle far credere dai Barberini che Valençay agisse di sua iniziativa, ma prima di lasciare Roma Valençay aveva avuto un lungo colloquio con Antonio fuori città[9]. Valençay non aveva fama di gran negoziatore ed era fortemente sospetto per diverse ragioni al governo francese. Non era pertanto, in apparenza, l’uomo adatto a perorare a Parigi la causa dei Barberini. Alla fine però la sua missione si rivelò più fruttuosa del previsto. Non tutto, si capisce, era merito suo. Molto di più avevano contato gli errori di Innocenzo, che si era lasciato sfuggire un’occasione d’oro per recuperare, a spese dei Barberini, l’amicizia di Mazzarino e della Francia.[10]
L’occasione gli era stata offerta dalla Francia per mezzo di Grémonville, la cui ambasciata, annunciata fin dall’ottobre come imminente, era stata poi rinviata più volte anche per le perplessità suscitate a Parigi dai primi atti di governo di Innocenzo: la promozione al cardinalato di Gio Carlo de Medici e l’alleanza matrimoniale tra Panfili e Ludovisi, per non citare che gli episodi più clamorosi, indicavano chiaramente da quale parte il Papa intendeva stare. Grémonville giunse a Roma ai primi di febbraio del 1645. Sebbene fosse già trapelato in Francia che anche i cardinali da nominarsi nell’imminente promozione sarebbero stati partigiani di Spagna, il compito dell’ambasciatore era di cercare un’intesa col Pontefice.[11]
Grémonville avrebbe dovuto innanzi tutto sgomberare il terreno da incomprensioni e rancori legati al passato scaricando su Antonio Barberini tutta la responsabilità dell’esclusione prevista dalla Francia in conclave contro Panfili. Di Antonio Grémonville avrebbe dovuto poi biasimare la condotta nella faccenda dei biglietti, che era un modo per far sapere al Papa che il governo francese non intendeva servirsi di quel materiale, ma anche per rammentargli, ad ogni buon conto, che quel materiale c’era ed era buono.[12] Infine Grémonville, ribadendo la fiducia del suo governo nella paterna equidistanza del Pontefice tra le Corone, doveva offrirgli la piena disponibilità della Francia a giungere con la sua mediazione a una sollecita conclusione della pace in Europa. Come pubblica manifestazione di amicizia nei confronti della Francia e per bilanciare in qualche modo le analoghe dimostrazioni rivolte sino a quel momento soltanto alla Spagna e ai suoi alleati, Grémonville doveva limitarsi a sollecitare la nomina a cardinale di Michele Mazzarino, già personalmente raccomandata al Papa dalla Regina.
Si trattava con ogni evidenza di profferte amichevoli e per Innocenzo assai vantaggiose. Ma Innocenzo le interpretò, forse, come un segno di debolezza e ne trasse l’errata convinzione che non ci fosse più nulla da temere né da Mazzarino né, tanto meno, da Antonio Barberini, di cui gli veniva autorevolmente confermata la disgrazia.[13] Come ebbe a scrivere Raffaele Della Torre nelle sue Historie, il Papa, che per cinque mesi aveva vissuto con l’incubo di «quei biglietti quanto più bramati meno ottenuti», senza saper decifrare le reali intenzioni di Mazzarino (che però sapeva «bene instructo delle dottrine romanesche, fra le quali è principio assodato haversi per irreconciliabile quell’inimico divenutolo non per l’ingiurie forse ricevute, ma per haverle fatte»), dopo l’arrivo di Grémonville «respirò e, sgombrate dall’animo le nuvole tutte di cure noiose, si parve divenuto Papa in quel punto». [14]
Sull’onda di questa imprudente sicurezza (e forse, come ipotizzava l’ambasciatore di Venezia, ulteriormente ingannato dallo scarso calore con cui Grémonville aveva perorato la causa di Michele Mazzarino [15]) Innocenzo, che aveva ritardato la nomina dei nuovi cardinali proprio in attesa di Grémonville, ritenne di poter procedere in piena libertà. Tra gli otto cardinali creati nel marzo (Nicolò Albergati, Pier Luigi Carafa, Tiberio Cenci, Domenico Cecchini, Alderano Cibo, Orazio Giustiniani, Benedetto Odescalchi e Federico Sforza) non ce n’era neppure uno che potesse riuscire gradito al governo di Parigi: «quattro vecchi papabili», commentava Angelo Contarini, «quattro gioveni dipendenti dalla Casa Panfilia e tutti insieme inimici dichiarati della Casa Barberina, quali certo non anderan con il lor voto all’essaltatione di Sacchetti in sedia vacante».[16] E mancava Michele Mazzarino.
A sentire il Papa la scelta non era stata determinata da preconcetta ostilità verso la Francia.[17] Può darsi che Innocenzo credesse davvero in quel che diceva, se non altro perché, per lui, Mazzarino non era la Francia. Per di più gli otto cardinali erano stati selezionati in base a criteri, per così dire, “oggettivi”, conformi cioè alle tradizioni di Curia, e secondo una nozione di imparzialità un po’ formale e arzigogolata, ma non priva di plausibilità. Come il Pontefice volle più tardi puntigliosamente spiegare all’ambasciatore di Venezia, «habbiamo promosso a questa dignità italiani nostri amorevoli, fra quali tre sono romani, né sappiamo vedere come questi habbin ombra d’essere stimati spagnoli». Orazio Giustiniani era nipote del vecchio cardinale «partiale della Francia e comprotettore di quel Regno». Di Sforza «due principali ministri e partiali della Corona» gli avevano «unitamente» assicurato che tutto il bene fatto a lui sarebbe stato come fatto alla Francia. Uno era, sì, napoletano, «ma di casa Caraffa e quindi diffidente de Spagnoli».

«Havendo poi promosso un Auditor di Rota, qual era Cecchini, per servar il solito dovessimo promuovere un Chierico di Camera. L’Auditor della Camera Vidman è tedesco, onde si poteva credere che fosse stato da noi eletto a gratificatione dell’Imperatore. Gli altri tutti son gioveni et per fuggir questi scogli habbiam dato d’occhio ad Odescalchi, che era prelato di somma bontà, di somma modestia et amico nostro e se questo è milanese bisogna anco considerare che l’abbiam fatto per non dar in Visconti, pur milanese e più adherente ancora e partiale della Corona di Spagna [...]. È vero che Albergati è stato promosso ad istanza del principe Lodovisio, ma come potevam noi negare questa gratia ad un nostro nipote?»[18]

Quanto a Michele Mazzarino le ragioni ufficialmente addotte da Innocenzo per la sua esclusione («e lasciamo andare la vita e li costumi che tiene», avrebbe detto più tardi)[19] avevano qualche fondamento. L’elezione di due cardinali fratelli era formalmente proibita e quella dei due Richelieu era stata fatta, «e con pentimento anco d’Urbano», in deroga alla legge e perciò non costituiva precedente. Essendo poi i domenicani già rappresentati nel collegio cardinalizio, la promozione di Michele appariva sommamente inopportuna perché avrebbe inevitabilmente suscitato gelosie negli altri ordini religiosi.[20] Ma c’era un terzo, più importante e assai meno formale argomento:

«Dicessimo a Gramonville», raccontò il Pontefice ad Angelo Contarini, «et con grande apertura di core, che non potevimo condescender a questo per nostra particolar riputatione, mentre in quei diabolici viglietti che furono mandati in conclave, fra l’altre conditioni che furon proposte da Saint Sciomon v’era questa, che fosse promosso al cardinalato Mazzarini, sì che se ciò fosse succeduto i maligni haveriano ben havuto ansa di far credere che questi viglietti fossero stati veri e che s’havesse dato principio d’adempire et effettuare i patti così vituperosi per noi, come i nostri nemici a questo effetto havean mirato di divulgare».[21]

Il guaio era che Mazzarino si ostinava a voler la promozione di Michele a cardinale per lo stesso motivo che spingeva Innocenzo a negargliela: se voleva l’omertà della Francia, Panfili le doveva, quanto meno, quella ammissione.
Una promozione tutta spagnola e medicea costituiva di per sé un fatto grave. L’inattesa e clamorosa esclusione di Michele Mazzarino vi aggiungeva un che di offensivo nei confronti di Giulio, suo fratello, e della Regina che l’aveva raccomandato. Ma che a tale promozione il Papa si fosse deciso dopo l’ambasciata di Grémonville con cui la Francia gli aveva «esibita ogni reputatione et avantaggio nel trattato della pace universale» pareva non potersi attribuire che all’intenzione «di burlarsi di questa Corona». Come scriveva il nunzio Bagni raccogliendo lo sconcerto diffuso un po’ in tutti gli ambienti in Francia, se tale doveva in ogni caso risultare la promozione, «manco male era farla prima di sentire Gramonville». [22]
A Roma Grémonville andava dicendo che «questa promotione ultima era tutta farina della Casa de Medici» e che la cosa avrebbe avuto inevitabili conseguenze sulle trattative di pace avviate a Munster «mentre i ministri d’un Prencipe poco confidente non puonno esser reputati né accreditati mediatori in così grande fontione quale quella dello stabilimento della pace universale».[23] A Parigi Lionne disse a Bagni che non sarebbe mancato «modo di far conoscere alla Corte di Roma che cosa sia la Francia».[24] Erano i primi annunci della ritorsione che si sarebbe concretata l’anno successivo nella spedizione sulle coste della Toscana.
A precipitare la rottura col Papa sopravvenne in aprile l’elusivo comportamento delle autorità pontificie di fronte all’aggressione condotta in Ripetta dagli Spagnoli, con l’evidente e diretta responsabilità dell’ambasciatore Sirvela, contro Nicolò Monteiro, agente del clero di Portogallo. Negli ambienti vicini alla Francia si parlava di «connivenza, collusione e reciproca intelligenza con Spagnoli».[25] Al di là dell’indignazione, si avvertiva il pericolo che del partito francese in Roma, smacco dopo smacco, non restassero più neppure i resti. «Se si camina con questi passi», lamentava Grémonville, «tutto il Collegio de Cardinali sarà di fattione spagnola; per longa serie di tempo tutti i Pontefici saran spagnoli, ché la Chiesa di Dio non sarà più universale ma particulare fautrice, anzi dipendente a fatto da quella natione».[26]
In questa situazione i Barberini, anche se umiliati e isolati, potevano tornare a svolgere a Roma (e, con la loro estesa clientela, non solo in Roma) un ruolo importante quale nucleo di una nuova aggregazione di forze favorevoli alla Francia. [27] Grémonville ebbe l’ordine di lasciare la Corte pontificia sbattendo (per così dire) la porta e Valençay, che nonostante i perentori inviti ad andarsene, con diversi pretesti si era trattenuto in Francia (tollerato dal governo, par di capire, in attesa dell’esito dei negoziati romani), fu informato che era possibile parlare del ritorno di Antonio nella grazia del Re. [28]




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[1] ASVe, DAS, Roma 122, cc. 55r, 14 gennaio 1645. Sul finire del 1645 Alberto Giunti, vescovo di Castro, che in quei giorni seguiva in Roma gli affari di Odoardo Farnese, aveva saputo da Domenico Vagnozzi che mons. Nerli aveva tra le mani un memoriale riguardante le responsabilità dei Barberini nello “sconcerto” del Monte Farnese (ASP, CFE, Roma 423, Il Vescovo di Castro a Gaufrido, 30 dicembre 1645).

[2] ASVe, DAS, Roma 122, cc. 69v, 21 gennaio 1645. A spingere Innocenzo alla persecuzione dei Barberini, secondo Brusoni 1664, p. 60 sarebbero stati principalmente il Cardinale Panciroli «nemico occulto dei Barberini e palese avversario della Corona di Francia» e il futuro cardinale mons. Sforza. L’intento di Brusoni, però, è di alleggerire le responsabilità del Papa in tutta la vicenda, scaricandole almeno in parte sui suoi collaboratori. Che mons. Sforza fosse nemico dei Barberini è indubbio. Di Panciroli ho già detto: non mi sembra che potesse farsi promotore di checchessia.

[3] ASVe, DAS, Roma 122, c. 52, 14 gennaio 1645.

[4] ASVe, DAS, Roma 122, disp. 33 del 25 febbraio, 40 e 43 del 18 marzo 1645. È possibile che a questa offerta fatta all’Imperatore si riferisse l’incarico che il primo di aprile Francesco Barberini affidò a Tobia Pallavicino di piazzare in Genova un prestito di 200.000 scudi sulla gabella della Muda di Treviso: inizialmente ottimista, in capo a un mese Tobia cambiò completamente parere: «circa il trovar danari sopra la Muda di Treviso (non ostante che sia conosciuto negotio bonissimo) ad ogni modo in questi tempi è impossibile e questo non per altro che per il poco credito in che sono li negotii che si fanno con le Corone et in particulare quelli della Casa d’Austria» (BAV, Barb.lat. 10039, cc. 21, 25, 27 rispettivamente del 7 e 15 aprile e del 6 maggio 1645).

[5] Secondo Angelo Contarini nel concistoro del 20 marzo si era parlato di una possibile lega contro il Turco in difesa di Malta e Antonio si era offerto di mantenere a sue spese per otto mesi cinquecento soldati: ASVe, DAS, Roma 122, c. 178, 25 marzo 1645. Dell’offerta di cinque o seimila soldati fatta da Francesco Barberini prima alla Spagna poi, dopo il veto dei Medici, all’Imperatore parlano sia il nunzio Bagni (ASV, Seg. Stato, Francia 92A, Registro di lettere e cifre di mons. Bagni, c. 44r, 7 aprile 1645) sia il segretario di Francesco, Antonio Rota (in una nota del ’45 in BAV, Barb.lat. 4702, cc. 40-43).

[6] Coville, pp. 51-52, suggerisce che Innocenzo X non solo fosse al corrente del viaggo di Valençay, ma che lo avesse approvato nella speranza che ne potesse nascere un’intesa con la Regina e i Principi ai danni di Mazzarino. Lo stesso asserisce Siri, Mercurio, V, 1655, I, pp. 325-328 (ripreso ancora una volta da Brusoni 1664 pp. 60-61), secondo il quale Valençay avrebbe confidato il vero scopo del suo viaggio al Cardinale Albornoz, il che, se fosse vero, sarebbe in questa vicenda un altro bel caso di dissimulazione. La partenza di Valençay era segnalata il 7 gennaio dall’agente genovese, Maurizio Giustiniani, al governo della Repubblica. Considerato un «cervello torbido», Valençay era sospettato di misteriose macchinazioni: ASG, AS, 2355. Sulle ipotesi relative agli scopi del viaggio cfr. anche Arnauld, I, p. 82. Il governo francese sospettava da tempo che Valençay volesse recarsi in Francia a perorare la causa del Duca di Bouillon e già nelle istruzioni per Grémonville, del 16 dicembre 1644, era detto espressamente che un tale viaggio non era gradito.

[7] ASVe, DAS, Roma 122, 70r, 21 gennaio 1645.

[8] Il Cardinale di Valençay viaggiava, naturalmente, in stretto incognito, ma il suo arrivo in Genova (contemporaneo a quello del corriere inviato da Bichi) non era sfuggito a Giannettino Giustiniani, che attendeva ad Alassio con una galea della Repubblica l’ambasciatore francese, Grémonville, diretto a Roma. Giannettino ne informava Mazzarino il 7 gennaio 1645 (AAE, Gênes 4, cc. 253-254). Valençay era poi passato da Savona, accompagnato da Tobia Pallavicino, suo antico commilitone nella guerra di Castro. Ne dava notizia al governo di Genova, sempre il 7 gennaio, il Governatore di quella città: «Mi gionse qui il marchese Tobia Pallavicino con tre feluche con un cavaglier francese». Il cavaliere francese era stato successivamente identificato come il Valençay. Tutti erano ripartiti il mattino seguente. Lo stesso giorno era arrivato a Savona il Cardinale di Richelieu, che all’abate Gio Carlo Gavotti, «suo strettissimo», aveva detto «tutt’il seguìto nel conclave et come non ha concorso nel Pontefice col suo voto [...] et che il Cardinale Antonio et l’ambasciatore di Francia Saint Sciamon proveranno quello che è mancar al suo debito» (ASG, AS, 1571). Sul soggiorno in Francia di Valençay vedi i dispacci di Battista Nani al governo di Venezia (ASVe, DAS, Francia 101, cc.668-669, 681-682, 31 gennaio e 7 febbraio 1645) e quelli del nunzio Bagni ai Cardinali Panfili e Panciroli. Bagni si mostrava assai preoccupato che l’azione insistente e provocatoria di Valençay, che il nunzio tentò di convincere a lasciare la Francia, non spingesse la Reggenza ad atti, come l’arresto o l’espulsione, lesivi della dignità cardinalizia: ASV, Segr. Stato, Francia 92, Cifre del Nunzio Bagni, cc. 76, 89-90, 95, 112, 131 dispacci del 20 gennaio, 2, 3 e 24 febbraio, 10 marzo 1645. Cfr. Mazzarino (Chéruel), II, pp. 127-128, 134-135; un severo giudizio di Mazzarino su Valençay  a p. 237 (14 ottobre 1645).

[9] ASVe, DAS, Roma 122, c. 35, 7 gennaio 1645. Cfr. Brusoni 1661, p. 441.

[10] Lo avrebbe rilevato nel novembre del 1645, conversando con Alvise Contarini, lo stesso Pietro Mazzarino: «Il padre del Cardinale Mazarini è stato a vedermi: ha detto chiaramente che qui non si camina per la buona via, perché in luoco di opprimere li Barberini li esaltano essendo certissimo che non haveriano havuto la protettione di Francia se di qua non fossero stati perseguitati. Bisognava prima havere la confidenza con quella Corona perché poi tutto succedeva bene, non essendovi alcuno che si chiami più offeso e male trattato da loro che il Cardinale suo figliolo. Che li detti Barberini sono stati espressamente alla sua casa a ringratiarlo et havendo detto il concetto che è stato un atto di generosità del Signor Cardinale il concedere la protettione loro ha detto liberamente che non è stato questo, ma il considerare che ciò facendo, tale sia il servicio della Corona, perché non per altro egli si è mosso, né si moverà già mai» (ASVe, DAS, Roma 123, c. 51, 4 novembre 1645).

[11] ASV, Segr. Stato, Francia 92, Cifre del Nunzio Bagni, cc. 39r, 66v, 72r dispacci del 9 dicembre 1644 e del 6 gennaio 1645. La ricerca di un’intesa, a detta di Siri, Mercurio (V, 1655, I, pp. 337-340, ripreso da Brusoni 1664, pp. 64-65), era stata suggerita da Zongo Ondedei.

[12] Per le pesanti allusioni di Grémonville alla faccenda dei biglietti cfr. Arnauld, I, pp. 34-35, 50; Tornetta, 1942, II, p. 95.

[13] La disgrazia di Antonio non aveva coinvolto gli altri Barberini. Grémonville  aveva avuto ordine di non visitare Antonio, ma di presentare i suoi omaggi sia a Francesco, sia al vecchio Cardinale di Sant’Onofrio  «et io credo», commentava Angelo Contarini, «che questa visita sia stata suggerita e persuasa dal Cardinale Bichi, il quale non affatto vuol perdere l’amicitia e la confidenza con la Casa Barberina» (ASVe, DAS, Roma 122, c. 147r).

[14] Della Torre, Historie, II, pp. 1120-1121). Il «principio assodato» di cui parla Della Torre compare effettivamente (e più di una volta) tra le massime (attribuite a Mazzarino) del Breviarium Politicorum. Sul sollievo del pontefice vedi quanto riferiva nel dispaccio l’11 febbraio, dopo l’udienza papale, Angelo Contarini: Innocenzo, che gli aveva parlato «con gran tenerezza» delle profferte di amicizia ricevute dalla Francia, gli era parso «consolatissimo»; il papa aveva poi concluso con una minacciosa allusione ai suoi nemici: «Dio perdoni a chi ha disseminato simili discordie» (ASVe, DAS, Roma 122, cc. 105 sgg). In proposito vedi anche Ameyden, Innocenzo, BCR ms.1336, c.781r e ms.1846 c.403v: terrorizzato dalle possibili iniziative francesi (e dall’uscita a Parigi del libello De simoniaca Innocentii X electione), «cum autem ad eum pervenit terminum quod Galli oratores mitterent et eum in Pontificem agnoscerent, tunc demum ad naturam suam rediit omnibus scilicet incommodus et malignus».

[15] A detta di Angelo Contarini Grémonville aveva appoggiato con poco fervore la candidatura di Michele Mazzarino «ad instanza e per suggestione del Cardinale Bichi che, emulo per non dir poco amorevole del Cardinale Mazzarini in Francia, non ha voluto quivi vederlo tanto auttorizzato et accreditato et in Roma così potente onde il fratel di lui in questa Corte facilmente gli havesse potuto levare la comprotettione della Francia» (ASVe, DAS , Roma 122, c. 159v, 11 marzo 1645). Ritengo poco fondata l’illazione di Contarini. La collaborazione di Bichi e Mazzarino mi sembra anche in questo caso priva di ombre. Nani, IX, p. 13 attribuisce il fallimento della missione all’incapacità dell’ambasciatore che «non così tosto fu in Roma che isvenne tra i rigiri e la caligine di quella Corte». È vero anche, però, che Grémonville non era amico di Mazzarino (vedi nell’appendice Guerre di scrittura la nota dedicata a Vittorio Siri) e, tanto meno, di suo fratello Michele (Malgeri, pp. 34-40). Grémonville in ogni caso era tenuto a non decidere nulla di importante senza il concorso del Cardinale Bichi, che aveva la facoltà di modificare le stesse istruzioni del governo. In assenza di Bichi, di cui si prevedeva il ritorno in Francia, Grémonville doveva consultarsi con il Cardinale Grimaldi (Arnauld, I, pp. 107-108, 140).

[16] ASVe, DAS, Roma 122, c. 158r, disp. 39 dell’11 marzo 1645. Che l’inimicizia per i Barberini fosse carattere comune a tutti i nuovi nominati è riconosciuto anche da Pastor, XIV, I, p. 39, che è reticente invece nell’ammetterne le pur evidenti inclinazioni asburgiche. Nemicissimo dei Barberini era Francesco Maria Farnese, riservato in petto e pubblicato nel dicembre. Quanto all’esclusione di Michele, Mazzarino ebbe a dire all’ambasciatore veneziano Battista Nani che «non gl’importa un pelo» (ASVe, DAS, Francia 102, cc. 36r, 46r, 21 marzo e 18 aprile 1645). La mancata nomina di Michele era però considerata a Parigi un insulto alla Regina, che l’aveva sollecitata personalmente.

[17] Ancora nel novembre del 1645 il marchese Mattei, di passaggio a Genova diretto in Fiandra, testimoniava al Cardinale Durazzo la disposizione non pregiudizialmente ostile del Papa verso la Francia e verso lo stesso Mazzarino: «Guardate, marchese», gli aveva detto il Papa, «li Francesi lasciano stare noi et noi non facciamo niente a loro: Giulio Mazzarini et Gio Batta Panfilio hanno dismesso et renuntiato alle passioni private, mentre l’uno è stato creato Papa et l’altro è divenuto comandante la Francia. Et se bene egli si lamenta acerbamente di due cose: la prima che non le habbiamo fatto il fratello cardinale, et la seconda che non le habbiamo consentito quel priggione, ha il torto, perchè questa non si potteva, et quella l’haverremo fatta se havessero cambiato la raccomandatione in nominatione. Per altro noi non habbiamo fatto nulla a Francesi» (AAE, Gênes 4, cc. 494-496, 13 novembre 1645).

[18] ASVe, DAS, Roma 122, cc. 223 sgg, 6 maggio 1645. Vidman, in verità, era veneto: cfr. Menniti Ippolito 1993, pp. 160 sgg.

[19] ASVe, DAS, Roma 123, c. 50r, Alvise Contarini, 4 novembre 1645. Cfr. la relazione al Senato di Venezia degli ambasciatori straordinari inviati a Roma nel 1645 in Barozzi Berchet, Roma, p. 54-55. Come si è visto, non migliore era l’opinione che di Michele Mazzarino si era fatto Urbano (un’opinione pienamente condivisa del resto dal Cardinale Barberini).

[20] Dei criteri per la creazione dei cardinali si discorre brevemente nella dedicatoria della Giusta Statera (vedila in appendice) e in Visceglia 1996.

[21] ASVe, DAS, Roma 122, c. 225r, 6 maggio 1645. In realtà Innocenzo aveva cominciato a dare esecuzione a quei patti subito dopo il conclave e cioè sin dal primo concistoro del suo pontificato, quando, Sanctitate Sua proponente, Teodoli aveva avuto, come promesso, il vescovato di Imola (BAV, Barb.lat. 2928, Acta consistorialia, parte I, 17 ottobre 1644). Vero è che Teodoli fu costretto di lì a poco, e cioè non appena quei patti divennero di pubblico dominio, a rinunciarvi.

[22] ASV, Segr. Stato, Francia 92, Cifre del Nunzio Bagni, cc. 137-139, dispaccio del 24 marzo 1645. Sulle reazioni francesi alla promozione il nunzio scriveva il 7 aprile: «ho inteso da un mio confidente nella Segretaria che il Signor Cardinale Bichi ha scritto con solo accennare il poco gusto che havevano havuto li ministri di Sua Maestà et affettionati alla Corona, rimettendosi alla relatione più precisa di Gramonville. Il Padre Mazarino ha scritto ringratiando Sua Maestà senza entrare in alcuna doglianza. Ma in un grosso piego di Gramonville oltre le sue proprie lettere sono venute altre di diversi franzesi et anco italiani che avvisano a Sua Maestà esser li soggetti promossi tutti dependenti da Spagna e dal Gran Duca, il quale ha havuta gran parte in essa come ha continuamente in tutti gli altri affari del Pontificato et che li Signori Spagnuoli n’habbino fatto gran dimostratione d’allegrezza con burlarsi del negotiato di Gramonville e delle pretensioni della Francia [...]. Da tutti si va pensando a qualche risolutione maggiore» (cc. 149r, 150v). Vedi il dispaccio di Battista Nani a Venezia del 21 marzo 1645 (ASVe, DAS, Francia 102, cc. 44-46)

[23] ASVe, DAS, Roma 122, cc. 170r, 204r, dispacci di Angelo Contarini 41 e 48, rispettivamente del 18 marzo e del 15 aprile 1645. Nel gennaio del 1645 anche il Cardinale de’ Medici aveva assicurato Angelo Contarini che la reticenza del Papa a promuovere Michele alla dignità cardinalizia non dipendeva da cattiva volontà nei confronti della Francia, ma da scarsa stima verso la persona: «se [i Francesi] dicessero da dovero di voler cardinale un figliolo del Prencipe di Condé, questa sera si farebbe, ma quando si tratterà di conferire questa dignità nel Padre Mazzarini fratello del Cardinale, a questo mal volentieri vi si condescenderà, mentre, a dir il vero, non vien stimato huomo di vaglia, la natura havendo contribuito tutte le perfettioni al fratello, onde a lui gli sia rimasto poco di buono» (ASVe, DAS, Roma 122, c 33v, 7 gennaio 1645). Era la consueta contrapposizione della Francia dei Principi alla Francia di Mazzarino. I Medici, tuttavia, e in genere i partigiani di Casa d’Austria erano del parere che il Papa dovesse concedere questa soddisfazione alla Francia «per blandirla, per addormentarla con queste apparenze», salvo impiegare poi «tutto il potere a discreditare Mazzarino e levargli quel posto che è l’unico mezzo col quale si tiene bilanciate le due Case d’Orlians e di Condé, perché messe queste a gara insieme e disunite fra di loro, la Francia istessa et il Regno tutto si divida con mali interni di pessime conseguenze, quali suscitare sariano la vera theriaca di medicar i mali communi e di ottener la quiete e la pace universale». E aggiungevano che quand’anche «il Cardinal Bichi fosse richiamato in Francia, rovinato il Cardinal Mazzarino, non [sarebbe stato] egli bastevole a riordinare le cose» (ASVe, DAS, Roma 122, c. 69v, 21 gennaio 1645).

[24] ASV, Segr. Stato, Francia 92, Cifre del Nunzio Bagni, c. 139r dispaccio del 24 marzo 1645. Le minacce formulate da Lionne non si limitavano al terreno politico: «L’essempio a lei allegato del Regno d’Inghilterra», scriveva Panciroli il 10 aprile a mons. Bagni, «spera N.S. nella Divina misericordia che gia mai quadrarà all’immensa pietà e religione della Francia  et è parso durissimo alla Santità Sua che alcuna persona se l’habbia potuto immaginare» (ASV, Fondo Bolognetti 148, c. 75v)  

[25] ASVe, DAS, Roma 122, cc. 219r (24 giugno 1645) e 335v (1° luglio 1645) dove le stesse espressioni sono attribuite a Innocenzo, che naturalmente respingeva ogni accusa.

[26] ASVe, DAS, Roma 122, c. 205, 15 aprile 1645. Nel settembre del ‘45 il Cardinale Grimaldi si disse pubblicamente di parte francese. Non era una gran novità, visto che aveva sempre lavorato per la Francia. Ma il Papa e il Cardinale Panfili vollero far pervenire alla Corte di Parigi il loro gradimento. «Fu risposto», riferiva il nunzio Bagni, «che Sua Santità dona alla Corona di Spagna li cardinali che fa e lascia che la Francia s’acquisti quelli che può doppo che son fatti» (ASV, Segr. Stato, Francia 92, Cifre del Nunzio Bagni, c. 267v, 15 settembre 1645).

[27] È quello che l’abate di Saint Nicolas avrebbe dovuto far capire al Duca di Parma all’inizio della sua missione in Italia: Arnauld, I, p. 174. «Chiarita la Francia che non vuol il Papa che tenghi partito in Corte di Roma, si vuol tentar contro la sua volontà di formarlo et fargli un affronto con sostener la Casa Barberina contro la Panfilia regnante» (ASVe, DAS, Francia 102, c. 57v, Battista Nani, 28 marzo 1645). Mazzarino lo ripeteva, ancora nel luglio, a Francesco I d’Este: il Papa con la sua ostilità verso la Francia «potria alla fine obligar Sua Maestà a ricever in grazia la Casa Barberina et assicurarla della sua protezione per formar dentro Roma un partito che possa contro quello de’ nostri nemici». Mazzarino assicurava il Duca che la Protettoria di Francia, e dunque la guida del partito, sarebbe andata a Rinaldo, il quale dall’unione con i Barberini non doveva temere alcuna diminuzione di prestigio; al contrario, non ne avrebbe cavato «minor vantaggio che la Francia stessa, essendo costituito capo d’una fazion numerosa, che gli darà mezzo di farsi più considerar e d’operar per lo servigio del Re con maggior autorità e splendore» (ASM, PE, Roma 1393/132, 15 luglio 1645).

[28] «Dopo il sudetto avviso», scriveva il nunzio Bagni a Roma, al Valençay, che era ancora in Francia, «facendo sempre istanza [...] di essere udito et avvisato da Sua Maestà, [...], è stata data intenzione di ascoltarlo almeno segretamente potendosi far giuditio che sia per esser sostenuto e sia per haver qualche sodisfattione de negotiati che portarà» (ASV, Segr. Stato, Francia 92, Cifre del Nunzio Bagni, cc. 140v, 24 marzo 1645. Sulle conversazioni di Valençay con Mazzarino e Lionne  e sui suoi spostamenti vedi a cc. 145r, 151r, 157r, 163v, 173r i dispacci del 31 marzo, 7, 21 e 28 aprile e 5 maggio successivi). Il 26 marzo Bagni dava la confortante notizia al Cardinale Barberini: «questi disgusti hanno operato che non solo non s’è affrettata maggiormente la partenza del Cardinale Valenzé che già era verso l’imbarco, ma si crede che possi havere qualche sodisfatione de’ suoi negotiati» (ASV, Segr. Stato, Francia 92A, Registro di lettere e cifre di mons. Bagni, c. 43r). Sugli obbiettivi e le condizioni della riconciliazione con i Barberini vedi Mazzarino (Chéruel), II, pp. 157-163.


Claudio Costantini

Fazione Urbana

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Indice
Premessa
Indice dei nomi
Criteri di trascrizione
Abbreviazioni
Opere citate
Incipit

Fine di pontificato
1a 1b 1c 1d 1e 1f 1g 1h 1i 1l 1m

Caduta e fuga
2a 2b 2c 2d 2e 2f 2g 2h

Ritorno in armi
3a 3b 3c 3d 3e 3f 3g 3h 3i

APPENDICI

1

Guerre di scrittura
indici

Opposte propagande
a1 a2 a3 a4 a5 a6 a7
Micanzio
b1 b2 b3 b4 b5
Vittorino Siri
c1 c2 c3 c4

2
Scritture di conclave
indici

Il maggior negotio...
d1 d2 d3 d4 d5 d6 d7
Scrittori di stadere
e1 e2 e3
A colpi di conclavi
f1 f2 f3 f4 f5 f6

3
La giusta statera
indici

Un'impudente satira
g1 g2 g3 g4 g5
L'edizione di Amsterdam
Biografie mancanti nella stampa

4
Cantiere Urbano
indici

Lucrezia Barberini
h1 h2
Alberto Morone
i1 i2a i2b i2c i2d
i2e i2f i2g i2h
i3 i4

Malatesta Albani
l1 l2


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