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Lettere di Alberto Morone
dirette al Nunzio di Spagna fatto cardinale in questo tempo (2)




Alberto Morone a Giovanni Giacomo Panciroli, Roma, 1° Novembre 1642, BEM, Camp. 549, gamma.G.4.30, cc. 4-12.

[c. 4r] Illus.mo e Rev.mo Sig.re e P.ron Colen.mo
Quanto grande sia stata l’allegrezza che dalla sua lettera de [10(?)] [1] di Settembre ho ricevuto il giorno che la ricevei che fu il 25 di Ottobre, non si può humanamente esprimere perché io non ho maggior contento che parlare a V. S. Ill.ma o che qualcuno di lei mi parli. Io non potei però godere di quello che diceva della sua quiete perché a quell’hora la sup[ponevo] dileguata e V. S. Ill.ma ferita dalla tempesta [...na è (?)][2] Romano. Che dice V. S. Ill.ma di queste borasche? So che Ella è prudente nocchiero e l’ha[veva(?)] tutte [...ved(?)]ute [3]. Hora per la divina gratia stiamo in miglior conditione. Il Pontefice si [4] arma con 14 mila fanti a S. Lorenzo delle Grotte e meglio di 4 mila cavalli ove [già (?)] il Sig. Card. Antonio segue l’essercito. Hora e da poi [5] vi va il Sig. Prefetto, il Valenzé, il Franfanelli Sergente Generale di battaglia, il Baron Mattei, il Sig. Cesare degli Oddi. Il Malvasia è [6] qui: ma pr[esto(?) ...?] [7] il Colonello Vaini, il Tenente Colonnello Tofaro venuto di Germania  [bravissimo], il Colonnello Trotti il C[...? ...?]al [Maurelli(?)], il Conte Grilli  et molti altri che per brevità io tralascio, come un Padovano di casa [Buzacarini] [8]. Col[onnella]ti ne hanno dato uno al Marchese Teodolo [9] di nuovo; vaca quello di Franfanelli per esser stato destinato Sergente Maggiore. Le piazze sono fornite benissimo di gente come Bolsena, Viterbo, Montefiascone, Castro, Montalto, Civita Castellana, Corneto, in maniera che vi saranno più di 10 mila altri fanti et in Roma sono 5 mila altri fanti forastieri [10]  e 10 mila di militie oltre la cavalleria. La città di Roma si fortifica per tutto e vi sono intorno le mura oltre il Borgo [c. 4v] più di 400 sentinele. Si sono disposti li quartieri nelle ville vicino le porte della città. Mille fanti stanno nel Palazzo di S. Giovanni Laterano. Avanti S. Gregorio [11] si è buttato parte della vigna degli Inglesi nostri e di quei Padri per far una gran piazza per servitù della cavalleria. A S. Honofrio si è fatto un gran taglio, forti r[eali] [12], mezzalune etc.; si è alzato da Castello fino a Belvedere sopra le mura del Pa[lazzo] [13] il terrapienato, cavate larghe e profondissime fosse, fatti a[lle] [14] porte ponti levatoi, [munite (?)] [15] le mura di pezzi d’artiglieria; in somma la città è ritornata [16] alli suoi antichi spiriti guerrieri, perché non si veggono altri che soldati, compagnie di cavalleria e fanteria quasi ogni giorno [17] squ[adro][18]ni alle Terme, a Campo Vaccino, a Prati, a Monte Testaccio quasi [19] nell’istesso tempo e certo le dico che tutto [è vero] e più di quel che scrivo [20].
Le scrivo io hora il sucesso brevemente e se altri meglio di me l’hanno scritto, V. S. Ill.ma darà il mio sul fuoco. Il Papa volendo far disarmare il Duca né s’interponendo alcuno bisognò che egli si risolvesse di forzarlo coll’armar egli et determinato di andar ad alloggiare su quel del Duca fece 6 mila fanti 1500 cavalli e questo fu l’errore di tentare così grande impresa con poca gente, come dice il Sig. Card. Padrone [21]. Questa risolutione dispiacque al Gran Duca, Duca di Modena, Venetiani e Viceré [22] onde si unirono alla difesa del Duca di Parma et alla offesa contro il Papa [23] con contribuire ognuno gente a cavallo et a piedi e li Francesi denari che faranno 30 mila doble. Il Duca pose insieme grossa cavalleria. Il Papa intanto [24] chiese il passo a Modena, il quale per essere ancora disarmato lo concesse, ma con patto che [25] nello spatio di un mese passasse [26]. Fu mandato per ciò il Conte di Carpegna, né chiese piazza d’armi di alcuna sorte. Trascorsi molti giorni tornò il Conte per allungare il termine ma il Duca rispose che ciò non poteva consentire senza li suoi [c. 5r] collegati, che però sollecitasse. E questo fu alli 4 di Agosto. Quando intese il Conte Carpegna quella parola di [27] collegati si protestò che se qualche cosa patito havesse l’essercito ecclesiastico Nostro Signore havrebbe saputo di chi dolersi. Il Duca altro non rispose se non che si sollecitasse l’uscita dell’essercito e l’entrata di questo nel Parmigiano. Tornato il Conte al campo e narrato il tutto al Prefetto si tenne consulta e si risolverono di darne parte a Roma e prolungare l’uscita fino alli dieci, benché havessero ordini precisi dal Papa di entrare alli 6 di Agosto, perché temevano di esser chiusi in mezzo e la verità così era perché già nel Mantovano erano spuntati 4 mila fanti et 800 cavalli che andorono a Modena. Per questo effetto il Governatore di Milano mandò 400 cavalli et il Duca di Parma da Francesi hebbe cavalli in quantità sotto la condotta del Marescial d’Etré, oltre che dallo Stato di Milano apertamente, anzi con consenzo espresso del Governatore, andavano soldati e capitani e cavalli come anche monitioni di ogni sorte [28]. Il Papa veduto il pericolo dell’essercito assai debole di numero e che era un condurlo al macello, essendogli per altro fatta istanza dall’ambasciatore di Francia a mandar la gente a quartieri [29] promettendogli che col nome di S. M. Christianissima havrebbe fatto disarmare il Duca, hebbe per bene di ordinare che si ritirasse il nostro essercito a quartieri e per questo effetto mandò Monsù di Lione acciò mostrando la benignità di Sua Beatitudine egli movesse il Duca [30] a dar sodisfatione al Papa. La lega seguitò con gran celerità ad armare. Li Venetiani per mare e per terra nel Polesine. Il Duca di Modena, ancorché li nostri [c. 5v] si fossero affatto ritirati a Ferrara, a Bologna, a Cento, a Castel S. Giovanni et a [...?], andò alle frontiere del Bolognese, ove haveva 3 mila fanti mandati dal Gran Duca, 4 mila da Venetiani, 500 di Napoli, 2 mila de suoi e ben 1500 cavalli. Così il Gran Duca a Civago, a Radicofani, al Borgo, oltre quelli che erano a Pistoia venuti dal Finale et a Prato. Parimenti le frontiere del Regno erano piene di fanteria e cavalleria. Passarono in queste preparationi molti giorni et essendo a 20 di Agosto succedette il caso de l’incontro del vescovo di Lamego col Sig. Ambasciatore spagnolo [31] in Roma, che Ella saputo havrà dalle mie [32]. Pensando di ritrovare la città di Roma e tutto lo Stato perturbato, il Duca  di Parma stabilì di venire alla recuperatione dello Stato di Castro e sebene la Lega era solamente ordinata a fine di difendere Parma e Piacenza, e ciò falsamente professava,[33] nientedimeno convennero li ministri de’ Prencipi colegati che dovesse [34] recuperare il Duca detto Stato. Li ministri furono per Napoli il Sig. Boccapianola, per Fiorenza il Marchese Riccardi, per Venetia un Contarini, per Milano non me lo ricordo bene, per il Duca di Modena il Marchese Montecuccoli et il Conte Testi [35] ritornato da Roma. Prima però di partire, havendo disegnata la strada, per riconoscerla bene mandò per la medesima due persone e furono un Padre de Scopettini, chiamato il Padre Chizzola, et un prete detto Don Michelino, che attualmente era capo di forusciti. Vennero dunque passando per Castro fino a Roma osservando quanto bisognava e per l’istessa strada ritornorono. Intese il Duca non esservi nella Romagna gente per resistere perché erano cavate e stavano a quartieri [c. 6r] nel Bolognese e Ferrarese. Ordinò la marcia per li 12 di Settembre sì publicamente che fino a Roma lo sapessimo et io dal Papa istesso una mattina l’udii, ma però qui a Roma non era più tempo a poter rimediare. Nel campo li nostri capi dell’essercito a Bologna non vollero mai credere né vollero trasferirsi o far ricognitione per informarsi come dovevano né richiamare la gente da quartieri. Anzi il Forte Urbano era così debole che se lo cingevano in due o tre giorni si perdeva, non vi essendo da mangiare se non per 4 giorni precisi, né vi erano più di 400 soldati, non bastanti a difendere le fortificationi di fuori. Avverta V. S. Ill.ma che quanto scrivo è verissimo. Il Duca di Parma, alestita la partenza, parlò a’ capi che erano il Marescial d’Etré,[36] Generale dell’armata, un Scozzese detto il Duglaz [37], heretico, con un altro fatti colonelli, il Conte Camillo Martinengo [38], molti capitani francesi, tedeschi, del Stato Veneto, Fra Paolo, un capitano hebreo, un Trotta; poi vi erano il Conte di Sessa, il Marchese Odoardo e Marchese Luigi Scotti, Marchese Pallavicino, il Gaufrido etc. L’armata del Duca era composta fra tutti li soldati effettivi di 3 mila e 600 cavalli, fra’ quali vi erano 1200 dragoni; ma con li altri che conducevano robbe e servivano erano ben 4 mila e qualche poca cosa di più, senza altri pezzi che due pettardi. Diede certa speranza, facendo passar parola alla soldatesca, di volergli dar Roma in preda; così accese tutti alla partita. Alli undici di Settembre entrò nel Modenese e fu alloggiato dal Duca di Modena. Alli 12 si ritrovò [c. 6v] alli confini dello Stato Ecclesiastico del Bolognese. Fece la mattina con la vanguardia un caracollo 4 miglia lontano dal Forte Urbano essendo capo il Marescial d’Etré e dapoi rientrò dentro al Stato di Modena. Li nostri stavano a Castel S. Giovanni con pochissima gente e pensando che il fine del Duca fosse far un altro caracollo per entrare nel paese e depredarlo, procurò il Prencipe di giuntare quella più gente che poteva per impedirgli le scorrerie, ma la cosa riuscì quasi impossibile perché per quelle poche hore non poté mettere insieme più di 500 cavalli e mille fanti ove il Duca ne haveva 4 mila in circa come ho scritto e la mostra era di voltare nel Ferrarese. Si spinse il Duca nel Bolognese depredando alcuni villaggi insino a Ponte del Reno. Il Prencipe chiamò a consulta il Mattei, Savelli, Malvasia, Oddi et il Sig. Malatesta [39]. Fu di parere il Mattei con altri che non era bene impegnar la nostra gente così poca contro il Duca perché se si riceveva rotta sarebbe seguita la perdita del Forte Urbano dove non era gente né vettovaglia e subito parimenti Bologna dove non erano se non 2 mila fanti intimiditi e questi con poca monitione. Il Malvasia si es[ibi][40]va ad un passo stretto di attaccarlo e romperlo. La risolutione fu di non cimentarsi[41]. In tutto il Bolognese stavano attoniti di non saper nuova del nostro essercito né del Sig. Pref[etto] [42] e di non essere stati avvisati di quello che dovessero fare. Il Maresciallo di Etré andò a riconoscere la città con 200 cavalli e s’accorse della debolezza e timore de Bolognesi [43] havendo eglino [44] terrapienate 7 porte e non sostenendo alcuna. Non havevano artiglieria, non capitani. Tutti [c. 7r] in spavento. Fu portata intanto da un gentilhuomo del Duca una lettera al Card. Legato Durazzo con un trombetta [45] chiedendo in essa il passo [46] assicurando che veniva come amico, servitore di Sua Beatitudine e Confaloniere di S. Chiesa contro li Barberini usurpatori della potenza del Papa. Il Cardinale rispose alla lettera che quando fosse venuto per servire il Papa [47] si sarebbe [uscito(?)] et altre cose; ma il fine della lettera mitigò il tutto, mentre ricordava a Sua Altezza le obligationi di casa sua. Le quali dispiacquero al Papa, al Cardinale et alla Corte. Il Duca con la cavalleria avanzando a vista della città per disprezzo fece fermare la cavalleria e tener la briglia a cavalli per rinfrescarli e poi girando a dritta andò alla volta di Castel S. Pietro. Il Prencipe sollecitava le genti in Castel S. Giovanni non sapendo ancora dove si fosse voltato il Duca e temendo forse della perdita di Bologna. Il Duca arrivò vicino ad Imola dove si era trasferito il Card. Franciotti e mandato un trombetta a chiedere il passo e rinfrescamenti, il Cardinale spaventato, senza rompere il ponte, chiudere le porte, fare un poco di replica, fece aprir le porte, lo ricevé, lo abboccò, rinfrescò tutta la cavalleria et ad istanza del Marescial gli fece un passaporto per tutta la Romagna. Quanto queste cose ferissero il cuore del Papa e di tutti consideri V. S. Ill.ma. Il Prefetto finalmente giuntati 1000 cavalli sotto al Malvasia e l’Oddi e 2 mila fanti sotto il Cesi con 5 mezzi cannoni gli venne alla coda, ma era una grossa giornata il disavantaggio, massime poi che havevano artiglieria, dove il Duca non ne haveva. Così fu ricevuto a Faenza et a Forlì ove [48] fu trattenuto [c. 7v] dalle 20 hore fino a due hore di notte con una grosissima pioggia e tempesta e se lo trattenevano fino la mattina, si consumava questa cavalleria con la monitione essendo mal provisti di arnesi e come era [49] la pioggia a diluvii, oltre che il Prefetto affrettava il camino. Ma fu per timore da cittadini finalmente [50] introdotto. Vedendo in Roma che volava il Duca alla nostra volta, si precipitorono le leve di fanteria [e] [51] di cavalleria da per tutto. Diedero fuori 18 patenti di corazze, 30 di carabine, 10 di dragoni, 100 di fanteria. Si fecero Concistori et ogni settimana più di uno; ogni dì Congregationi di Stato. Il Cardinale non più a Congregationi ordinarie, ma sempre giorno e notte all’audienze, piena l’anticamera de soldati ogni dì [52] corrieri. Tutta la Corte [53] intenta dove fosse arrivato il Duca, se da nostri fosse stato attaccato, che strada teneva. Ogn’uno a studiare il viaggio di Borbone, a riparar le mura, li passi, romper strade, introdur vettovaglie in Castello. Il Papa similmente [54], ancor che [55] di Settembre e con la stagione calda, si partì per stanziare a S. Pietro e queste cose atterrivano in modo la città di Roma che molti mandarono fuori le cose più pretiose, altri le donne et ogn’uno sospirava che si rendesse Castro, però erano li più timidi. Nelli secondi concistori fu stabilito che si levassero 500 mila scudi d’oro da Castello, 200 mila per volta, per essere venuto il caso compreso nella bolla di Sisto. Vi hanno trovato tant’oro che passa la somma di 4 millioni e dugento mila scudi ridotti in [56] argento e le prime doppie che cavorono per prodigio, credo, erano improntate con la imagine del Duca Ottavio Farnese, altre erano di Spagna, del Papa etc. Il Duca in niuna di queste città dette fece danno ma ben sì predò in campagna cavalli, vaccine e spogliò le ville che ritrovò. Mandò il trombetta [c. 8r] a Cesena similmente, ma gli fu risposto che venisse se gli bastava l’animo. Così il Duca temendo d’esser inutilmente trattenuto et havendo vicino il Prefetto per essersi trattenuto a rinfrescare la cavalleria a Forlì, voltò alla Meldola et entrò in Toscana. Fu mandato a Città di Castello il Marchese Teodolo con facoltà di far gente da difendere quella città, ma il Duca andò a dirittura a Cortona per voltar la cavalleria de la montagna. Il trattenersi a Cortona et Arezzo per questo fine di rinfrescare [57] fu assai giovevole al Papa perché cresceva notabilmente l’armata ecclesiastica a Viterbo dove era il Card. Antonio con li capi di guerra. Parevano sbigottiti alcuni cardinali e proponevano che era necessario smontare spontaneamente per non esser g[uast(?)]ati e dicevano che [58] si doveva mandare qualche ministro per accordare il Duca e fermarlo né esservi altro rimedio che render Castro. E quelli che parlavano più coraggiosamente era con dire che si doveva [59] depositarlo in mano della lega perché il Papa non poteva resistere a Venetiani, al Viceré, al Gran Duca, a Parma, a Modena e a Francesi accordati e li altri armati contro, con esser quasi tutti in ordine per attaccare. Fu eletto il Sig. Card. Spada e mandato ad Orvieto  per negotiare col Gran Duca principalmente, poi con altri ministri che de’ Collegati erano appresso il sudetto Gran Duca e proporre il deposito, ma con procurare che vi fosse la reputatione della Santa Sede. Il Sig. Minutoli  come ingegnero d’ordine del Cardinale andò alla frontiera di Cortona, cioè a Città della Pieve per fortificarla; arrivò, cominciò l’opera ma non vi essendo che 300 soldati spaventati et inesperti al comparire delle squadre ducali alcuni cominciorono a fuggire et il Duca [c. 8v] mandò un trombetta acciò si rendesse. La città spaventata capitolò et il Min[utoli] [60] se ne fuggì in Roma. Il Duca entrato non osservò alcun capitolo. Similmente per accordo hebbe Castiglion del Lago, ma essendosi fermato per alcuni giorni senza far progressi come poteva per essere la nostra gente lontana, la città di Perugia sprovista di commodità per tanta cavalleria restò ogn’uno [...?][61]ato, non si essendo ancora cominciata la negotiatione. Anzi [62] havendo saputo il Duca il timore di Roma, concepite [grandi (?)] [63] speranze, si dichiarò di havere vaste pretensioni. Finalmente [...? ...?] [64] la causa della dimora è perché non movessero contro li stati del Papa li altri Collegati conforme l’accordo. Sappia V. S. Ill.ma che qui cominciò il Sig. Card. Barberino di respirare. Dunque era perché [65] aspettavano che il Vice Re attaccasse li confini, il primo havendone data parola, ma proposto nel Consiglio di Stato hebbe tutti li voti [in contrario (?)] protestandosi li consiglieri [66] di manifesto pericolo di sollevatione del popo[lo] se [si osava] [67] forzare contro il Papa. Tal che fermatasi q[uesta] [...?] [68] si fermarono tutte. Non mosse il Gran Duca vedendo fermo il Viceré, non li Venetiani per vedere il Gran Duca non impegnarsi e così di mano in mano. Il Duca di Parma fremeva vedendosi uscire la vittoria dalle mani che conceputa haveva. Scrisse intanto alli Orvietani che si rendessero e dessero il passo ma non lo consendendo egli si risolse d’haver patienza mentre che vi era entrato il Card. Spada con 1000 fanti in circa computandovi [69] le militie e 200 cavalli. Fu finalmente dal Card. Spada [70] introdotto il negotiato col Gran Duca, Modena, Parma, Venetia e Napoli. Scrisse al Vice Re che si sarebbe depositato Castro in mano della lega se egli voleva recedere, ma Sua Eccellenza né anche volle rispondere alla lettera con disgusto de Ministri e cardinali spagnoli. Tutti insomma erano congiunti contro Sua Beatitudine con minaccie [c. 9r] con inventioni di nuovi spaventi per levar al Papa con lo Stato di Castro la riputatione volendo [71] essi potersi gloriare d’haverlo fatto soccombere e di poter dire che il Duca di Parma haveva al Pontefice date leggi armato. Il Card. Spada andò senza la consueta plenipotenza ma con le sole instruttioni per il deposito e bisognò [72] cominciare a suo disgusto a negotiare per non havere facoltà di concludere e stette undici giorni così sospeso con suo gran travaglio perché haveva significato a ministri de’ Principi di haverla. Il Duca consumati li viveri nella Città della Pieve e Castiglion del Lago, persi molti centinaia de suoi uccisi dai Perugini che havevano di già preso animo per veder che non erano quei dragoni che credevano, stimandosi dico il Duca [73] spedito a far qui dimora, si deliberò di passare innanzi. Li nostri il seppero e perché credevano se faceva la strada della Teverina che fosse per esser difficile a fermarlo per essere il paese più largo e che potesse portarsi a Roma col guazzare sopra Orti il Tevere, come si poteva, stabilirono per conseglio del Buratti di abbandonare Aqua Pendente per veder di allettarlo quivi. Così il Duca credendosi che fosse fatto per terrore e debolezza, voltò per la strada di Chiusi a Ponte Centeno e dapoi entrò in Aqua Pendente. A pena ciò fatto il Card. Antonio spinse l’essercito attergo a S. Lorenzo delle Grotte e poi in vicinanza di tre miglia di Aqua Pendente nel qual tempo si ribellò dal Papa Valentano, Gradoli, le Grotte e Farnese si dichiarò neutrale, e subito vi fu sopra il Mastro di Campo Franfanelli che tutti li castigò, ricuperati che gl’hebbe, et egli fu da Sua Beatitudine dichiarato Sargente Maggiore di battaglia. [c. 9v] In Roma si era preso tanto animo che tutti cominciorono a lamentarsi che si trattasse il deposito di Castro dicendo essere infamia della Casa Barberina poter cagionare la morte del Papa che era vissuto 21 anni glorioso. Molti dicevano che mai Sua Beatitudine havrebbe fatto tale viltà, che li trattati erano inventioni per trattenere il Duca. Venne fra tanto a Roma il Sig. Prencipe  col Malvasia e [74] havendo ritenuto mille cavalli e mandatigli al campo tutti eccellenti e la fanteria del Cesi [75] la rimandò a Bologna  e perché il Maurelli era stato dichiarato Commissario Generale della cavalleria, il Baron Mattei Luogotenente Generale, restò Malvasia per interim senza impiego. Parve bene per alcuni giorni che stesse in Roma il Prefetto che da Nostro Signore haveva qualche avviso, ma poi fu spedito al campo acciò [76] col Sig. Card. [...?] [77] a fronte del Duca. Il Duca di Modena vedendo il Durazzo che haveva [fatto(?)] [...?] [78] e spargendosi per tutta Lombardia li progressi del Duca di Parma come se fosse divenuto padrone de paesi dove era passato e come se Roma stesse per sottoporsi a lui, prese animo di voler attaccare il Bolognese sfornito di gente e rimasto con due soli [79] capi di guerra, cioè il Mattei e Cesi, onde per terrore Cento, la Pieve, Crevalcore et altri luoghi si desertorono fuggendo chi a Bologna chi altrove e fu spedito dalla città di Bologna [80] a Roma per soccorsi e per facoltà di potere a sue spese levar 2 mila fanti e mille cavalli chiedendo la loro artiglieria prestata al Forte Urbano che stava colà scavallata e hora non ne havevano pur un pezzo. Gli furono conceduti [8(?)] pezzi e tutto quello che di più domandavano sì che presero non poco di animo. Restava Ferrara nei medesimi terrori e Comacchio dove [c. 10r] il Duca con li Venetiani armati da vicino minacciavano e già verso Comacchio si vedevano gallegiare 12 galere armate venete [81] e già alcune essere entrate nel Porto di Goro a fare hostilità e portare fuori del porto barche cariche di grani della Camera. Furono da Roma mandate patenti per nuove levate et alcune compagnie che dovevano venire al calzo; in tanto furono a Comacchio, a Bologna, a Ferrara mandati parimenti. Il Vice Re non ostante lo scritto volse [pure (?)] mandare a’ confini fanteria e cavalleria per mettere terrore e divertir le forze sì che bisognò anche provedere a quest’altro pericolo. Il Sig. Cardinale sentì notabilmente [queste(?)] dimostrationi. Consideri V. S. Ill.ma haveva avanti gli occhi tutti li pericoli, bisognava a tutte le cose [82] provedere, sì come dissi temere anche da Civitavecchia perché si viddero li Galeoni di Napoli muovere verso di qua et il nunzio avvisò che non si fidassero. Fu mandato Mons. Donghi a Civitavecchia [83] in vece del Baron Mattei con amplissima facoltà anco a le galere. Da Genoa fece venire polvere, biscotto, marinari, attese a finir la tenaglia, chiamò soldatesca nuova, abbassò una collina vicino [84] spendendo anche del suo. Molti offerirono danari. Mons. Rondanino fece di sue spese una compagnia di corazze della quale fu fatto capitano il Sig. Conte Vaino; di un’altra il Sig. Cavaliere Filicaia, D. Carlo Conti di un’altra et il Sig. [Ros.no?] di un’altra, tutte veramente belle che [85] lascio per brevità. Mentre il Duca stava in Aqua Pendente si strinsero le negotiationi del deposito avanti il Sig. Card. Spada già dichiarato plenipotenziario, li ministri tutti sollecitando il Papa all’essecutione del deposito come se fosse la troia di ciascheduno. Di più lo volevano [86] costringere ad entrar in una lega. Io restavo ammirato che ardissero [87] di levare al Papa quello stato e la riputatione e di più [88] per farlo con minaccie, di [c. 10v] haverlo fatto spendere e poi volessero ancora che entrasse in lega acciò con le sue genti e denari gli difendesse in premio della congiura, delle ingiurie, dell’essergli stati depredati alcuni luoghi e del dishonore che havevano cercato di recargli. Il Papa chiuse nel seno i suoi consegli, diede fuori 40 patenti nuove di fanterie e 6 di cavalleria di dragoni. Occorse mentre si stava in speranza di concludere e di stabilire li capitoli, stando il Sig. Card. Spada in opinione che non vi fosse alteratione alcuna, che il detto [89] Sig. Card. Spada a me scrisse una lettera da Castel Giorgio nella quale mi diceva che fra dieci dì sarebbe finita la guerra coll’aggiustameto del deposito, che il Duca per haverlo doppo tre mesi dal deposito sarebbe venuto a Roma a chieder perdono al Papa, che l’havrebbe domandato in gratia al Papa. Io a questa lettera a caso gli risposi che mai con sua buona licenza mi potevo persuadere quella restitutione perché il mondo ne mormorava che sempre si sarebbe detto che il Duca havesse forzato il Papa e che rimaneva intaccata la sua riputatione; che il venire a Roma del Duca era mera cerimonia et a sangue freddo il Papa se ne sarebbe afflitto et tutti havrebbero burlato il Sig. Cardinale oltre che io havevo sentito che non lo volesse rendere Nostro Signore risolutamente. Che avvertisse bene a trattare con qualche lunghezza. Il Cardinale, ricevuta la mia lettera mi dice hora [90] che rimase attonito perché da Roma non haveva in contrario. Dubitò che io m’ingannassi, ma nondimeno fece chiamare a sé il Ferragallo da S. Lorenzo delle Grotte et interrogatolo se vi era mutatione rispose che non haveva ordine di parlare. Il Cardinale disse che non voleva sapere segreto alcuno, ma solo che ciò li domandava perché così [c. 11r] haverebbe ritrovate maniere d’allungare l’aggiustamento del deposito da far nascere difficoltà e con reputatione[91]. Rimase afflitto il Cardinale non sapendo che si fare et instando dall’altro canto per il giorno seguente il tempo del congresso delli plenipotentiarii stabilito. Il Card. Spada spedì un corriere a Roma in virtù (dice) della mia sola lettera temendo, se si impegnava, di peggiori romori, havendo o a dichiararsi che haveva trasgrediti le commissioni o che non volevano far cosa alcuna di quello che stava nell’instrutione mandata. Prese tempo coi ministri li quali fremevano dubitando che il Papa non volesse far altro e che gli havesse burlati, non pensando che eglino havevano fatto da vero quasi che il Papa gl’havesse fatto torto a non lasciarsi opprimere con fatti e parole.[92] In tanto si avanzò il Card. Antonio coll’essercito sotto Aqua Pendente col cannone, et il Duca pativa de viveri in estremo e già da tutte le parti si andava stringendo. Quando egli vedendo l’estremo pericolo di venire[93] in mano de nostri, fatto un squadrone di mille cavalli fuori di Aqua Pendente quasi [94] per far mostra della sua bilatria e generosità et in un subito caracollò e per il Ponte Centino entrò nello Stato del Gran Duca bestemmiando li Preti che l’ingannavano. Alloggiò con l’essercito consumato alla Sforzesca. Molti, visto che era disperato di poter venire a Roma per il promesso fatto, vennero al nostro campo havendo il Card. Antonio mandato bando che fosse salvo chiunque veniva di loro e che l’istessa carica gl’havrebbe data. Più di 200 fuggirono in un giorno a noi. Più di 500 altrove. [c. 11v] Più di 400 furono uccisi nel Perugino, molti presi. Sì che l’essercito del Duca di 4 mila non era rimasto a 1500. Da Roma in tanto ritornò al Sig. Card. Spada la risposta che Nostro Signore non voleva altramente capitolare con un ribelle e scomunicato, che li danni erano grandi che egli haveva fatto che non si dovevano ricompensare col premio dello Stato di Castro, essere grandi le ingiurie e li delitti commessi. Di più cresciuto l’essercito del Card. Antonio e scemato quel del Duca, intimorito il Gran Duca, li Venetiani, venuta era la nuova della perdita di Perpignano in Spagna, di quella di Tortona in Italia, che fece parlare più modestamente il Vice Re temendo che il Papa finalmente per tante persecutioni e congiure non acconsentisse di essere agiutato da Francesi che lo pregavano essendosi accorti della potenza del Papa al fine, che non havevano avvertito al principio, sperandone gran beneficio.[95] Si avanzò il Card. Antonio vicino alla Sforzesca cioè a Proceno, al Ponte Centeno, colla parte sinistra conducendo un gran squadrone il Sargente Maggiore di battaglia Franfanelli, dall’altro il Valenzé, in mezzo il grosso del Card. Antonio con molti colonelli et il Frangipani [96] di sopra, mentre il Sig. Cesare degli Oddi con 800 cavalli [97] e 2 mila fanti scelti. Il Gran Duca vedendo questa machina e di più [98] altre fanterie e cavallerie che erano per sortire da Città di Castello se si movevano li Toscani[99], consegliò il Duca di Parma a cedere alla fortezza et a partirsi. Così il Duca di Parma si partì quasi fuggendo dalla Sforzesca alla volta di Parma pieno di confusione, di sdegno e di minaccie. Il Prencipe [c. 12r] Francesco Maria Farnese con 3 mila fanti si è congionto con Modena et hanno un grosso di [10 (?)] mila onde il Duca volando per unire la cavalleria si affretta per attaccare il Bolognese o Ferrarese. Ma già si erano spedite 40 compagnie di fantaria dal Papa e 12 di cavalleria oltre quelle che vi erano et il Sig. Prefetto tornarà di nuovo in Lombardia piccato del passato e risoluto di far honore a sé et alla Santa Sede.
Ecco che così in fretta ho scritto fedelmente il seguito. Gradisca V. S.  Ill.ma l’affetto che le porto che è immenso. Ho fatti li saluti al P. Arcolino et al P. Famiano.[100] Ho fatta l’ambasciata al P. Marganelli e già che V. S. Ill.ma manda la carovana delle croci si ricordi del P. Arcolino parimenti col quale io farò a mezzo. Noi però burliamo, perché ci basta che V. S. Ill.ma ci vogli bene. Io ho scritto almeno 12 lettere. Hora havrei gran dolore che questa si perdesse, perché è lunga. Mandai un mio libretto a V. S. Ill.ma che è una risposta al Duca, stampato di Giugno due volte [101]; non so se l’habbia V.S. Ill.ma havuto perché ne mandarò un altro e le faccio humilissima riverenza. Roma il primo di Novembre 1642.
Di V. S. Ill.ma e Rev.ma
humilis.mo e dev.mo servo
Alberto Morone della Compagnia di Giesù
Mi scusi V. S. Ill.ma se è scritta male per non haver havuto tempo di ricopiarla.


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[1] Nonostante macchie e corrosioni, che interessano anche le righe successive soprattutto sulla metà esterna della carta, mi pare di poter leggere una X (ossia 10 in cifra romana).

[2] Corrosione con sensibile perdita di materia.

[3] Lettura resa assai difficile da macchie e corrosioni con qualche perdita di materia.

[4] si in sopralinea.

[5] e da poi in sopralinea.

[6] è in sopralinea.

[7] Corrosione con perdita di materia.

[8] La corrosione dell'inchiostro e il deterioramento della carta rendono particolarmente difficile la lettura dei nomi propri. I Frenfanelli che servirono nell'esercito pontificio erano due: Paolo e Serafino, cugini. Come riferiva Malatesta Albani a Francesco Barberini si erano presentati al campo nell'agosto del '42 e in attesa di un incarico furono stipendiati direttamente dal Card. Barberino con 25 scudi il mese (BAV, Barb.lat. 7369, cc. 34 e 36). A Serafino fu quasi subito affidato dal Principe Prefetto il comando di una compagnia di fanteria. Paolo, Maestro di Campo, come racconta più avanti Morone in questa stessa lettera, represse la ribellione delle comunità di Valentano, Gradoli, le Grotte e Farnese che all'avvicinarsi del Duca di Parma si erano pronunciate a suo favore o si erano dichiarate neutrali e fu per questa sua azione nominato Sergente generale. Morì il 22 luglio del 1643 sotto Nonantola, come riferisce Morone nella lettera del 22 agosto 1643. Lettere di Giuseppe Mattei quale Governatore generale delle armi in Ferrara in BAV, Barb. lat. 9573. La corrispondenza di Cornelio Malvasia come luogotenente generale della cavalleria tra il  giugno del 1643 e il maggio del 1644 è in BAV, Barb. lat. 9303. Sul Colonnello Carlo Vaini, comandante di una compagnia di corazze, vedi BAV, Barb. lat., 3206, c. 86. Francesco Tofaro (o Toffaro) era uno dei più diretti collaboratore di Valençay; è nominato da Morone anche nella lettera del 17 maggio 1643. Giulio Cesare Grillo è più volte ricordato da Guglielmotti quale comandante delle galee pontificie impegnato nella difesa del litorale e nella nella protezione dei carichi strategici provenienti da Genova. Il Maurelli fu Tenente generale della Cavalleria anche con Innocenzo X e partecipò alla repressione della rivolta di Fermo. Quanto al colonnello Trotti, potrebbe essere Luigi Trotti (Bentivoglio) luogotenente pontificio nel 1627, morto, pare, nel 1643. I Buzacarini (o Buzzaccarini) era una importante famiglia padovana, che vantava anche una antica tradizione militare, ma non so di chi in questo caso si trattasse.

[9] Il marchese Giuseppe Teodoli, fratello del Cardinale.

[10] È scritto: fortastieri.

[11] S. Gregorio Magno (presso il Celio).

[12] Nascosto nella legatura.

[13] Nascosto nella legatura.

[14] Nascosto nella legatura.

[15] Corrosione con perdita di materia.

[16] È scritto: rinornata

[17] giorno in sopralinea.

[18] Nascosto nella legatura.

[19] quasi in sopralinea; fessura per corrosione dell'inchiostro.

[20] Della costruzione di mura e fortificazioni parlano naturalmente i cronisti del tempo. «Opera veramente necessaria», scriveva il Gigli, «utilissima a Roma», ma anche «opera quasi tumultuaria e fatta alla peggio che in alcuni lochi dio sa quanto durarà» (Gigli, p. 225-226). V.Spada, nel cap. XXI dedicato alla guerra di Castro ricorda lo “scombiglio” prodotto a Roma dalla mossa d'armi del Duca di Parma. Bernardino era sovrintendente della piazza d’armi e Virgilio fu impiegato nei lavori di fortificazione della città.

[21] come dice il Sig. Cardinale Padrone aggiunto in sopralinea. A me risulta che questa fosse la tesi di Antonio in polemica, come sempre, con Francesco. Vedi ad esempio in Fazione urbana, Fine di pontificato, i paragrafi Dissensi tra comandanti e Verso la pace. Può darsi tuttavia che anche il Card. Francesco si lamentasse degli scarsi mezzi mobilitati per l'impresa di Parma, probabilmente in polemica col Buratti, principale consigliere di Urbano in materia di armamenti, verso il quale nutriva una forte gelosia.

[22] Vice Re in sopralinea corretto su una parola cancellata.

[23] contro il Papa aggiunto in sopralinea.

[24] intanto aggiunto in sopralinea.

[25] ma con patto che aggiunto in sopralinea

[26] passasse aggiunto in sopralinea.

[27] quella parola di aggiunto in sopralinea.

[28] Virgilio Spada scriveva a Bernardino il 13 agosto 1642 che l'arrivo del corriere con l'avviso del rinvio dell'azione sul Parmigiano al 10 o all’11 aveva prodotto grande sconcerto tra i ministri di Urbano: il numero dei combattenti pontifici era risultato «tanto inferiore a quello che si credeva che restorno questi sbigottiti. Il Papa haveva già preso sonno, svegliare non volsero, indugiare alla mattina per rispedirlo non arrivava in tempo, onde doppo molto combattere fra questi di consulta segreta si risolsero subito rispedire e poi in consideratione che non si movesse sino che non se li fosse mandato nuova gente e che pigliasse per pretesto del non muovere il lasciarsi vincere dalle preghiere de Prencipi che offeriscono di trattare col Duca di Parma aggiustamento» (ASR, SV, 572). Sull’atteggiamento dei ministri spagnoli in Italia vedi tra l’altro Testi 1550, 31 luglio 1642: «Trattasi dunque […] una certa forma di società tra la Republica di Venezia, il Granduca e noi, ma non già senza la partecipazione de’ ministri cattolici in Italia e singolarmente del Governatore di Milano, il qual essendo per sua volontà disposto d’aiutare il signor Duca di Parma, occorrendo, e tenendo ordini precisi dalla Corte di farlo, ha mostrato di non disentirci e forse con un prudente oggetto d’ingaggiar la Republica a poco a poco e d’impegnarla poi più facilmente a cose maggiori ».

[29] a mandar la gente a quartieri in sopralinea su una parola cancellata.

[30] il Duca in sopralinea.

[31] Segue una parola cancellata.

[32] che Ella saputo havrà dalle mie in sopralinea. Di queste lettere non so nulla.

[33] e ciò falsamente professava aggiunto in sopralinea.

[34] dovesse in sopralinea.

[35] et il Conte Testi in sopralinea. Le parole che seguono: ritornato da Roma si riferiscono a Montecuccoli, non al Testi.

[36] È scritto: Eté.

[37] John Douglas, scozzese, nel 1642 lasciò il servizio della Repubblica di Venezia per quello del Duca. L'ambasciatore Nani nell'ottobre del '46 scriveva da Parigi del suo desiderio di rientrare al servizio della Repubblica.

[38] Forse il settantenne conte Camillo Sforza Martinengo figlio di Carlo di Malatesta, Conte di Barco e Signore di Urago.

[39] Malatesta Albani.

[40] Nascosto nella legatura.

[41] La risolutione fu di non cimentarsi aggiunto in sopralinea.

[42] Nascosto nella legatura.

[43] de Bolognesi in sopralinea.

[44] eglino in sopralinea.

[45] Segue cancellato: disse.

[46] Alcune parole aggiunte in sopralinea risultano illeggibili per corrosione dell'inchiostro con perdita di materia.

[47] servire il Papa corretto in sopralinea su alcune lettere cancellate.

[48] ove in sopralinea

[49] come era in sopralinea.

[50] da cittadini finalmente in sopralinea su una parola cancellata.

[51] Nascosto nella legatura.

[52] in sopralinea.

[53] la Corte in sopralinea.

[54] similmente in sopralinea.

[55] che in sopralinea.

[56] ridotti in sopralinea corretto su: d’.

[57] di rinfrescare in sopralinea.

[58] e dicevano che in sopralinea.

[59] con dire che si doveva in sopralinea. Macchie e corrosioni con qualche perdita di materia.

[60] Parola corrosa e parzialmente nascosta nella legatura.

[61] Illeggibile per macchia.

[62] Segue una parola illeggibile, forse cancellata.

[63] Parola corrosa e parzialmente nascosta dalla legatura.

[64] Due o tre parole corrose dall'inchiostro e in parte nascoste dalla legatura.

[65] Dunque era perché in sopralinea.

[66] li consiglieri aggiunto in sopralinea. Le parole che precedono sono poco leggibili per macchie e corrosione dell'inchiostro.

[67] Parole corrose dall'inchiostro e parzialmente nascoste dalla legatura.

[68] Corrosione con perdita di materia.

[69] computandovi aggiunto sul margine sinistro.

[70] dal Card. Spada in sopralinea.

[71] volendo in sopralinea.

[72] e bisognò in sopralinea.

[73] il Duca in sopralinea

[74] Segue una parola cancellata.

[75] del Cesi in sopralinea.

[76] acciò in sopralinea.

[77] Corrosione con perdita di materia.

[78] Corrosione con perdita di materia.

[79] soli in sopralinea.

[80] di Bologna in sopralinea.

[81] venete in sopralinea

[82] le cose in sopralinea

[83] Diverse lettere di Gio Stefano Donghi da Civitavecchia a Francesco e Taddeo Barberini  tra il settembre 1642 e i primi del 1643 sono conservate in BAV, Barb. lat. 9344.

[84] abbassò una collina vicino in sopralinea.

[85] che in sopralinea corretto su una parola cancellata.

[86] volevano in sopralinea.

[87] ardissero in sopralinea corretto su volessero.

[88] e di più in sopralinea.

[89] il detto in sopralinea.

[90] hora in sopralinea.

[91] e con reputatione in sopralinea.

[92] Segue cancellato: Doppo.

[93] venire in sopralinea, corretto su essere.

[94] quasi in sopralinea.

[95] sperandone gran beneficio in sopralinea.

[96] Mario Frangipani. Come scriveva Gigli sotto il 14 novembre 1640, Mario Frangipani era stato incarcerato in Castel S. Angelo «per haver fatto fare, come si dice, uno homicidio ne’ suoi Castelli. Stette prigione quasi doi anni, et si diceva che gli sarebbe stata tagliata la testa; et poi fu liberato, quasi miracolosamente alli 28 di Settembe 1642, sì come ho notato in quell’anno» (p. 195). In realtà pare che l'accusa di omicidio fosse infondata e pretestuosamente utilizzata per punire la sua popolarità e i suoi spiriti ribelli. Solo la ferma volontà di Antonio di volerlo al suo fianco lo salvò. La liberazione, osservava Gigli, «fu con grandissimo gusto di tutto il popolo romano il quale haveva grandemente compatito alla sua disgratia» (p. 215). Morendo Mario Frangipani lasciò erede dei suoi beni il card. Antonio (pp. 428-429).

[97] cavalli in sopralinea corretto su una parola cancellata.

[98] e di più in sopralinea, corretto su una parola cancellata.

[99] li Toscani in sopralinea corretto su: il Gran Duca.

[100] Famiano Strada.

[101] due volte in sopralinea.


Claudio Costantini

Fazione Urbana

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Indice
Premessa
Indice dei nomi
Criteri di trascrizione
Abbreviazioni
Opere citate
Incipit

Fine di pontificato
1a 1b 1c 1d 1e 1f 1g 1h 1i 1l 1m

Caduta e fuga
2a 2b 2c 2d 2e 2f 2g 2h

Ritorno in armi
3a 3b 3c 3d 3e 3f 3g 3h 3i

APPENDICI

1

Guerre di scrittura
indici

Opposte propagande
a1 a2 a3 a4 a5 a6 a7
Micanzio
b1 b2 b3 b4 b5
Vittorino Siri
c1 c2 c3 c4

2
Scritture di conclave
indici

Il maggior negotio...
d1 d2 d3 d4 d5 d6 d7
Scrittori di stadere
e1 e2 e3
A colpi di conclavi
f1 f2 f3 f4 f5 f6

3
La giusta statera
indici

Un'impudente satira
g1 g2 g3 g4 g5
L'edizione di Amsterdam
Biografie mancanti nella stampa

4
Cantiere Urbano
indici

Lucrezia Barberini
h1 h2
Alberto Morone
i1 i2a i2b i2c i2d
i2e i2f i2g i2h
i3 i4

Malatesta Albani
l1 l2


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